Abbas Kiarostami "Il cinema abbatte i confini geografici e politici"

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di Boris Sollazzo

Abbas Kiarostami è il cinema. Lo dice uno come Martin Scorsese. Godard, addirittura, ha detto che dopo di lui la Settima Arte è finita. Nanni Moretti, più incline alle critiche che ai complimenti, gli ha dedicato un corto, nel suo Nuovo Sacher lo programma sempre e lo considera uno dei migliori registi della storia. All’undicesima edizione dell’Ischia Film Festival è stato invitato come ospite d’onore - sabato sera riceverà la targa del Presidente della Repubblica dalle mani del direttore Michelangelo Messina - e ha conquistato tutti con la sua generosità e gentilezza. E con il suo ultimo film Qualcuno da amare, girato in Giappone. Lo abbiamo intercettato nel Castello Aragonese di Ischia.

Lei è iraniano, ma nell’ultimo film ha scelto il Giappone come location. Come mai? Si lega alla sua passione per gli haiku?
Io vengo da un paese in cui la poesia ci è stata imposta da sempre,abbiamo tutti una vena poetica. Quando andavo a scuola componevo versi di cui non sapevo la definizione, solo in età adulta ho capito che potevamo chiamarli haiku. Chissà, forse in un’altra vita sono stato giapponese .

Lei ha quasi costretto Tadashi Okuno, il protagonista, a recitare per lei. Ci racconta come lo ha scelto?
Takashi Okuno è un uomo di 84 anni che ho preso tra i generici dei film.
Ha lavorato 50 anni nel cinema, non aveva avuto mai un’unica battuta e provava una paura terribile nel ricoprire il ruolo del protagonista. Io gli ho dato solo una pagina e mezza di dialogo e gli ho detto “guarda che sarà solo questa la tua parte di sceneggiatura, ce la fai ad impararla”. Solo così ha accettato, anche se era molto titubante. Ovviamente avevo mentito. “Mi sembra che tu mi abbia preso in giro. Qui sono il protagonista”, continuava a ripetermi. Aveva ragione. Cercavo di fare questo film da 17 anni e ho capito che il destino lo aveva rimandato perché voleva farmi incontrare lui, in un età in cui avrei potuto capirlo. E ci comprendevamo alla perfezione sul set: io gli parlavo in farsi (l’idioma iraniano), lui capiva e mi rispondeva in giapponese. Una magia. E alla fine gli ho detto che il film era finito, ma che io non ero sazio del lavoro con lui. “Vorrei fare un altro film con te”, gli ho detto. Lui mi ha risposto “ti ringrazio tanto, ma io no. Non voglio più parlare, come in passato!”. Ecco, questo di Ischia è il festival delle location? Questa è l’essenza del cinema e della rassegna, questa sola domanda: dove si può trovare un altro essere umano come lui, se non in Giappone? Tu gli offri un posto in prima fila e lui ti risponde “No,grazie,io preferisco ritornare nell’ombra”.

Lei è il vero erede del neorealismo italiano, lo sa vero?
Grazie, davvero. Ne sono felice. Quando ero piccolo vedevo tanti film americani, però era il cinema Italiano e nello specifico il neorealismo italiano a emozionarmi, sono quei film che mi hanno fatto venire il desiderio e la determinazione di diventare un regista. I protagonisti delle pellicole statunitensi non erano a portata dei miei sentimenti. Forte non mi crederai, però il primo personaggio che mi ha profondamente colpito nel cinema è stato Totò. Avevo 17,18 anni e in lui ho subito visto un parente, uno zio. Per non parlare del mio amore per Sofia Loren!

Immagino un set in cui Kiarostami dirige Totò. Un sogno. In cui lei parla in farsi e lui risponde in napoletano
Non è impossibile. Ti racconto una cosa: farò un film in Puglia e cercavo la protagonista femminile di novant’anni. Ho incontrato Isa Barzizza, e, come dite voi italiani, m’è piaciuta subito e assai. Non immagini che sorpresa e che felicità scoprire che ha recitato con Totò. Mi farò raccontare tutto.

Ultimamente mi sembra che stia guardando fuori dall’Iran,qual è il motivo? Un caso, la volontà di esplorare nuovi territori o forse non può più lavorare come vorrebbe nel suo paese, data la situazione politica?
Forse tutte e due le cose che hai detto, forse nessuna e forse una terza risposta. Non c’è dubbio che da noi sia abbastanza difficile fare un film, è per questo che io sono uscito fuori dall’Iran e faccio film all’estero.
Ma anche Woody Allen ha scelto di girare fuori dai confini del suo paese, e non credo sia per motivi politici. Noi registi andiamo dove possiamo fare il nostro lavoro, dove ci chiedono e ci permettono di farlo al meglio. Questa penso sia la mia risposta alla sua domanda. Non possiamo dividere il cinema dalla sua location, la sua unica location è il mondo intero e il suo unico protagonista è l’essere umano. Non dobbiamo prendere sul serio le separazioni geografiche e politiche, dobbiamo prima di tutto convincerci che il mondo è uno e le persone sono uniche e tutte uguali

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