Sole a catinelle: il film di Checco Zalone delude. Almeno noi.

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L’attesa dello Zalone che ricomincia da tre - nella vita, a lui e alla compagna si è aggiunta la figlia Gaia, nel cinema è alla sua opera terza - è molto grande. E vi anticipiamo subito che Sole a catinelle farà soldi a palate, fosse solo perché con almeno 1200 schermi Valsecchi e Medusa si sono assicurati un’occupazione quasi militare del territorio. Grazie agli esercenti, intendiamoci, che l’hanno richiesto in massa, memori anche dei 60 milioni di euro in due film totalizzati da Che bella giornata (circa 15) e Cado dalle nubi (sui 45, un record). Mentre sugli scaffali dei megastore avremo il minicofanetto con le due pellicole precedenti, in una sala su tre troveremo il terzo.
Il punto, però, è che è difficile, conoscendo e amando Luca Medici, in arte Checco Zalone (e chi scrive ne è un grande ammiratore), riconoscerlo in questo lungometraggio. Lui, aspirante “musico”, è divenuto comico quasi per ripiego, seguendo quella propensione a un candore cinico, a un nichilismo fiabesco che ne ha fatto il profeta del politicamente scorretto. In questo processo è geniale: con la sua faccia, le sue rime, le sue canzoni, le sue trovate di scrittura (e spesso con tutto ciò messo insieme), ha sempre trovato il nervo scoperto dei pregiudizi del paese, l’ha tirato fuori ed esposto al pubblico ludibrio, dimostrandone la stupidità impersonandolo. Non avendo limiti, un po’ secondo la migliore comicità americana, né paure per la grandezza degli obiettivi o il peso delle parole, ha sempre saputo volgere tutto questo patrimonio di ignoranza e grettezza a suo favore. Un lavoro quasi maieutico sulla realtà che lui ha percorso con intuizioni raffinate e senza alcun timore reverenziale verso icone, ideologie, religioni, moralismi, snobismi di sinistra e ombre della destra, ridicolizzando persone, animali e mettendo in mezzo persino la sua Gaia a cui ha dedicato una canzoncina deliziosa, quasi romantica nella sua schiettezza comica.
In Sole a Catinelle, sorta di In viaggio con papà 2.0, on the road che va dal Molise a un’imbarcazione di lusso, per poi finire ovviamente da dove si era partiti, lo Zalone corrosivo, semplice e geniale si è perso. Il suo addetto alle pulizie che finisce a vendere aspirapolveri e ha una berlusconiana propensione a definirsi ottimista anche nella crisi più nera, non ti entra nel cuore né nelle viscere. Non ti affezioni a lui, e ridi poco di lui e con lui. Per carità, qualche zampata la mette: la presa in giro del cinema d’autore votato all’eutanasia (da Bellocchio a Golino), ma anche di quello più proletario (La nostra vita di Luchetti, nella scena dello yacht che vuol dire felicità), così come i primi passi nel mondo vegano-chic della sua compagna di viaggio, l’incantevole Aurore Erguy, tra yoga e mutismi selettivi che lui smonta con la sua innocente semplicità, sono da Zalone doc.
Ma si sente, in tutto il film, la sua legittima voglia di crescere, di raccontare storie in maniera più matura e classica. E così diventa un comico normale, finisce in un campo in cui altri giocano da troppo tempo, lascia quello della cattiveria istruttiva, del politicamente scorretto, per un buonismo che si concede giusto qualche sbandata. Ma quel suo maschilismo, quella sua invidia verso vip e ricconi che diventa poi goffa rivalsa del destino sull’alta società, l’abbiamo visti nella metà dei cinepanettoni degli ultimi anni. Non c’è l’invenzione del cugino omofobo che proprio andando a fondo dei (e insieme ai) suoi pregiudizi ce li mostra in tutta la loro ottusità grottesca, non c’è il razzista che si innamora della donna sbagliata. Non c’è il Checco che rompe il muro del possibile e dell’accettabile, per mostrarci le nostre ipocrisie, c’è, appunto, un attore e un comico normalizzato che non a caso pesca nel passato le battute migliori (”sei omosessuale? Meno male temevo mi dicessi comunista” o “Ricorda a quei tuoi amici (una famiglia di colore -ndr) che l’Occidente ha fatto tanto per loro, ora devono ricambiare, fallo pesare”) e di guizzi ne ha pochi, seppur ottimi.
Il film rientrerà del suo budget di 8 milioni di euro, forse, già il primo sabato: rimane comunque un discreto prodotto commerciale. Ma da questo geniaccio ci aspettavamo la dolce ferocia a cui eravamo abituati, quella capacità di scoperchiare la nostra società e farcela vedere dal lato sbagliato. E qualcosa di più, ovviamente, perché da un campione ti aspetti sempre il massimo.
Ci troviamo tra le mani, invece, una favola familiare non molto riuscita, di cui non avevamo un gran bisogno. E che altri già fanno meglio. Anzi, meno peggio.
Detto questo, recuperate i due film precedenti e saccheggiate youtube alla ricerca delle sue hits. Non ve ne pentirete, di comici così ne trovate solo tra gli stand up comedian a stelle e strisce. E solo tra i migliori. E speriamo che anche lui e il comunque bravo Gennaro Nunziante - la regia è diligente e attenta - li rivedano. Sarà utile per ricordare loro che come Checco, ora come ora, non c’è nessuno. E sono gli altri a doverlo imitare, non il contrario.

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